La decisione presa dalla Giunta Alemanno di privatizzare il 21% di Acea in questi giorni è oggetto di una vera e propria campagna di disinformazione da parte delle opposizioni. In particolare il Partito Democratico di Roma si è letteralmente scatenato nella fabbricazione di bugie e falsità contro questa privatizzazione, assumendo peraltro una posizione del tutto opposta a quella, favorevole all’apertura dei mercati, da sempre adottata a livello nazionale. Occorre pertanto fare chiarezza su un tema giustamente tanto a cuore ai cittadini romani.
L’opposizione dice che non esistono obblighi di legge. FALSO
Roma Capitale deve attenersi all’articolo 4 del decreto legge 138/2011 secondo il quale gli enti pubblici debbano ridurre la propria partecipazione nelle società quotate operanti nei servizi pubblici locali al 40% entro il 30 giugno 2013 e al 30% entro il 31 dicembre 2015. In caso di mancato rispetto della disposizione si verrebbe sanzionati con la perdita degli affidamenti diretti di servizi pubblici locali, ad eccezione di quelli idrici. Il mancato adempimento delle norme significherebbe per Acea perdere, nel periodo contrattuale residuo, ricavi per oltre 750 milioni. In questo caso, i soci privati della società potrebbero citare il Comune per il risarcimento del relativo danno.
L’opposizione dice che Roma Capitale perderebbe il controllo strategico di Acea. FALSO
Roma Capitale si riserva il mantenimento del controllo di fatto di Acea Spa con una partecipazione del 30%. Si tratta di una “soglia critica anche per il mercato di borsa, in quanto chiunque la superi deve lanciare un’Opa (Offerta pubblica di acquisto) obbligatoria sull’intero capitale della società. Per questo motivo la soglia del 30% costituisce il punto di riferimento per il controllo di diverse società quotate di maggiori dimensioni: Enel e’ controllata con il 31,2%, ENI con il 30,29%, Fiat con il 30,4%; altre società, come Assicurazioni Generali e Telecom Italia, sono controllate con partecipazioni inferiori. Il controllo di fatto di Roma Capitale è rafforzato da altre due disposizioni: solo Roma Capitale può votare con tutte le azioni di proprietà, gli altri azionisti, qualsiasi sia la loro partecipazione, possono votare soltanto con partecipazioni non superiori all’8%.
L’opposizione dice che l’Acea verrebbe svenduta. FALSO
E’ ovviamente interesse di Roma Capitale incassare quanto più possibile dalla cessione delle quote. Per farlo si procederà, secondo quanto stabilito dalla legge, e nel solo e unico interesse dei cittadini romani. Mantenere la partecipazione del 51%, vale a dire mantenere il controllo di diritto sulla società, comporta tre effetti perversi:
L’opposizione dice che l’acqua dei romani diventerebbe privata. FALSO
Da sempre le infrastrutture idriche sono di proprietà pubblica e non sono alienabili dalla legge. Con la legge Galli, risalente al 1994, il Servizio Idrico è stato ulteriormente regolato e prevede che sia sempre il soggetto pubblico, anche in caso di partenariato, a stabilire le tariffe. Inoltre viene stabilito che la priorità di ogni azienda debba essere sempre la fornitura dell’acqua per i servizi idrici e potabili.
L’opposizione dice che i soldi che arriverebbero dalla vendita del 21% di Acea non servirebbero a Roma. FALSO
Con l’introito delle quote Roma Capitale otterrebbe l’equilibrio di bilancio senza bloccare gli investimenti sulla città ed evitando un ulteriore aggravio della tassazione sui cittadini. In particolare:
L’opposizione dice che i servizi per i cittadini peggiorerebbero e che l’economia locale ne risentirebbe. FALSO
Gli obiettivi della politica di dismissione sono:
Tutto questo per migliorare i servizi in favore dei cittadini e sostenere nel contempo i bilanci pubblici nella congiuntura economica negativa. Roma Capitale condivide e realizza questi obiettivi svolgendo il ruolo che le spetta nell’ambito della politica economica del Paese .